Basket

Era bello e impossibile: la (breve) favola di Brian Randle a Brindisi

Brian Randle compie 35 anni oggi. Un giocatore che ha conquistato Brindisi in due mesi.

Simone Silvestro
08.02.2020 11:32

Foto Twitter Happy Casa BrindisiSono 35 oggi, potrebbe essere ancora in campo, e invece il destino ha voluto altro. A Novembre 2017 Brian Randle lasciava Brindisi e la pallacanestro giocata, dopo una carriera stellare chiusa troppo presto per motivi di salute. Una piccola storia romantica che raccontammo nei giorni successivi al commuovente saluto del PalaPentassuglia, e che oggi riproponiamo per intero.

 

' Il giorno dell’annuncio di Brian Randle a Brindisi erano trapelati eurforia mista a un po’ di scetticismo: si trattava di un giocatore dal curriculum invidiabile, impreziosito dalle vittorie dei trofei nazionali e dei premi di “difensore dell’anno” in un campionato competitivo come quello Israeliano e dalle numerose prestazioni da protagonista in Euroleague. Se pur con qualche punto interrogativo, era bellissimo immaginare un elemento della caratura di Brian Randle difendere i colori dell’Happy Casa.

Se pur i suoi problemi fisici fossero noti, l’inizio di campionato aveva lasciato pensare che il giocatore fosse sulla via del recupero, nonostante gli allenamenti con i compagni fossero stati pochi e blandi: ai nastri di partenza Brian c’era, ha risposto presente con alcune prestazioni non di primissimo ordine ma di sostanza, prestazioni da giocatore “normale” che, con qualche guizzo di partita in partita, ci aveva mostrato un assaggio di cosa avrebbe potuto fare recuperando la giusta condizione fisica.

Ciò che Brian non ha mai fatto mancare è stato l’impegno e il sudore lasciato sul campo, quella cattiveria nelle difese che trasmette energia ai compagni e al pubblico di casa (che a Brindisi sa sempre apprezzare le giocate difensive, e questo non avviene ovunque), quella rabbia che mostrava quando era costretto ad uscire dal campo perché logorato dallo sforzo, quella sensazione che stesse sempre dando il massimo pur non essendo in grado di dare il massimo.

Tutto questo all’inizio ha almeno in parte tenuto all’oscuro un po’ tutti dalla sua sofferenza nel non potersi né esprimere al massimo né allenarsi nel migliore dei modi. Brian ci ha provato e ha dato tutto se stesso per combattere senza abbandonare il campo contro quel mostro chiamato morbo di Chron, malattia subdola che alterna fasi di remissione in cui non si manifestano sintomi a fasi in cui gli stessi sono improvvisi e acuti, facendo perdere completamente la coscienza di cosa il proprio corpo è il grado o non è in grado di fare.

Brian si è dovuto arrendere, ritirandosi (almeno per ora) dall’attività agonistica per pensare alla propria salute, e non gravare sulla squadra che ha provato a rilanciarlo. Non è una cosa banale: qualcun altro magari ci avrebbe potuto marciare, lui no.

La cosa più bella è stata però vedere la società, i tifosi, gli addetti ai lavori e l’ambiente tutto che lo hanno compreso, coccolato e supportato nella drammaticità della situazione, e che nell’ultima partita glielo hanno dimostrato tributandogli un abbraccio che probabilmente ricorderà a vita. Perché tutto ciò non era scontato, assolutamente: non era scontato che un giocatore passato dai migliori palasport d’Europa potesse commuoversi davanti al saluto del piccolo PalaPentassuglia; non era scontato che in così poco tempo si creasse un legame così tangibile con l’ambiente brindisino (“è un posto speciale”, parole sue); e non era scontato che la curva lo portasse in trionfo a spalla come se fosse il protagonista di una grande vittoria, vittoria che per altro in quel girono è arrivata.

In questo caso c’è però un’altra vittoria, ma non è un trofeo che va in bacheca: è una breve ma romantica favola di sport che ricorderemo con affetto ed orgoglio quando penseremo alle emozioni che ci può regalare la pallacanestro.

Non resta che augurare a Brian il meglio per il suo futuro, che sia in campo o fuori, e augurarci che il suo sostituto (Donta Smith), suggerito da lui stesso, non lo faccia rimpiangere.

Buona vita Brian, e grazie per questo breve capitolo: bello e impossibile. '

A 2 anni e mezzo di distanza Brian non è tornato in campo da giocatore, ma ci è tornato in vesti diverse: da questa stagione infatti, a Minneapolis, è uno degli assistant coach di Ryan Saunders nella franchigia dei Minnesota Timberwolves.
Ci auguriamo anche in questo caso che il futuro possa riservargli una grande carriera.

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