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Basket, miti da sfatare: Il tiro libero è facile.

Simone Silvestro
04.03.2021 12:13

Foto Tasco

In questo articolo vogliamo approfondire il discorso “tiro libero”, per cercare di capire perché è allo stesso tempo il tiro più facile, ma anche più facile da sbagliare.

Capita ciclicamente, a seguito di una o più serate storte ai liberi come è accaduto a Brindisi contro Trieste (dove ha tirato 27/41 con il 66%) e contro l’Hapoel Holon (17/27 con il 63%), venga spontaneamente da dire “allenate quei maledetti tiri liberi!”. Tutto normale, soprattutto quando le vittorie sfuggono per un possesso, e segnare quei 3-4 liberi in più avrebbe potuto fare la differenza. Tuttavia il discorso è ben più complicato di quel che sembri.

Nella pallacanestro il tiro libero è uno dei fondamentali offensivi tecnicamente più semplici, se non il più semplice in assoluto se si escludono i canestri da sotto in uno contro zero. Eppure spessissimo sembra non essere tale, soprattutto quando la meccanica di tiro del giocatore non è perfetta, cosa frequente soprattutto fra i lunghi. I tiri liberi si sbagliano a qualsiasi livello, dai campionati giovanili a quelli senior, dalle categorie Minors italiane alla NBA, sono qualcosa che sembra quasi annullare qualsiasi salto tecnico pur nella sua assoluta e oggettiva semplicità.

Basti pensare che in NBA, la lega considerata la più competitiva al mondo, i tiri liberi vengono tirati con una media complessiva del 77.9%; in Eurolega, il maggior campionato europeo, si tirano con il 79.7%; nella nostra serie A la percentuale si assesta al 75.2% (e Brindisi è in perfetta media con 75.3%), mentre in A2 scende appena al 74.2%. Questi numeri si riferiscono alla stagione corrente, ma sono puramente indicativi dato che, se si torna indietro, si trovano all’incirca le stesse percentuali. Parliamo di scarti minimi, quasi irrisori. Si capisce facilmente che la differenza fra l’A2 italiana e l’NBA non può essere riassunta nel 3.7% di differenza nel tirare i liberi.

La verità è che quasi sempre il tiro libero, per quanto sembri semplice, è un fondamentale che non può essere “allenato” più di tanto, o per lo meno è estremamente semplicistico pensare che basti allenarlo di più per avere percentuali molto alte o sensibili miglioramenti. Nei tiri liberi a disposizione di un giocatore in una partita ufficiale sono racchiusi tanti fattori (tre i principali) che ci possono aiutare a capire perché anche giocatori tra i migliori del mondo come Ben Simmons, Giannis Antetokounmpo e LeBron James viaggino tutti (che ci crediate o meno) al di sotto del 70% a cronometro fermo.

FATTORE TECNICO

Forse l’unico che si può davvero allenare in palestra, ma anche questo con tutti i limiti del caso. La meccanica di tiro si impara da ragazzi, e quando si è nel professionismo la tecnica individuale si è già quasi sempre consolidata, soprattutto per gli americani. Per questi ultimi tra l’altro è molto più frequente che usino una meccanica efficace ma imperfetta, piuttosto che una meccanica perfetta ma poco efficace. Un giocatore che ha superato i 21-22 anni può affinarla, ma difficilmente potrà renderla perfetta se essa è molto lontana dall’esserlo, forse è più verosimile che riesca a cambiarla completamente, se essa è completamente errata. Quasi sempre è più facile trovare un modo efficace per tirare un libero con la propria meccanica, piuttosto che cercare un macchinoso movimento che sarebbe per lo più innaturale e che, ci si può giurare, difficilmente migliorerebbe le percentuali.

I casi estremi come i lunghi che non arrivano al 50%, sicuramente possono migliorare. Pensiamo a Dario Hunt (Fortitudo Bologna) che per anni ha viaggiato oscillando fra il 30 e il 35%, oggi è arrivato a un (quasi) onesto 52%.
Gli altri anche possono migliorare, ma molto meno.

FATTORE FISICO

Questo è un fattore che incide di più o di meno a seconda del periodo di forma e di stanchezza del giocatore in quella parte della stagione. E’ quello che Brindisi paga di più in questo momento. Paradossalmente, è proprio il tiro più semplice che risente più di tutti di questo fattore, molto più di un tiro in ritmo preso durante una qualsiasi azione di gioco. Chi ha praticato sport sa bene che si tende a sentire la stanchezza soprattutto quando ci si ferma, ancor più che mentre si sta effettuando lo sforzo. Durante il tiro libero il giocatore si ferma sulla linea dei 5 metri, e se è stanco (magari perché sono gli ultimi minuti di una partita sfiancante, o semplicemente perché si sta giocando ogni tre giorni) sentirà tutta quella fatica nel corpo proprio nel momento in cui si posizionerà sulla lunetta: fiato corto, gambe più molli, braccia più pigre, movimento che facilmente esce imperfetto. Inutile dire che questo fattore non si può allenare.

FATTORE MENTALE

Quello che (in condizioni normali con i palazzi pieni) conta di più. Il tiro libero è praticamente l’unica giocata della partita che viene osservata sempre e comunque da tutti, perché effettuata in condizioni di palla morta, quindi la più facile per far ricordare un errore a differenza, banalmente, di un tiro aperto dalla media sbagliato, dopo il quale ci si concentra subito sul rimbalzo e il proseguo dell’azione; tecnicamente quel tiro ha lo stesso grado di difficoltà del tiro libero.
Ricreare in allenamento le condizioni di tensione, ansia del risultato, atmosfera data dal tifo amico (che, volente o nolente, ti trasmetterà il suo malumore al momento dell’errore) o avverso (che invece fischierà o cercherà in tutti i modi di deconcentrarti) è semplicemente impossibile. Questo fattore si può allenare? Certo…ma solo a proprie spese. Solo tirando (e sbagliando) tiri liberi che valgono punti in classifica può essere allenato il fattore mentale che spesso determina anche la vittoria o la sconfitta, e che distingue anche i vincenti dai perdenti.

Tirando le somme, il prodotto di questi tre fattori ci dà il risultato di un tiro libero in partita, ed ecco che all’improvviso il gesto tecnico più semplice, sembra diventato un po’ più difficile.

Si potrebbe aggiungere poi il “fattore statistico”, e cioè che mediamente il singolo giocatore in una partita, di liberi ne tira pochi (dai 2 ai 5-6), eccezion fatta per giocatori come D’Angelo Harrison che primeggiano, mai per caso, nella voce “falli subiti”; e su un numero basso di tentativi l’errore è, sia mentalmente che statisticamente, più pesante.

Immaginiamo, solo per un attimo, di essere un giocatore non eccellente ai liberi che tutta la settimana passa ore ed ore in palestra a fare sessioni di tiro libero; arriva la domenica e il tuo tabellino a cronometro fermo dice 3/8.

Ti sentirai dire di allenarti ai tiri liberi.

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